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Giu 05

Giudizio ed etichetta

Una delle problematiche più diffuse all’interno delle aziende è legata all’etichetta, ovvero al giudizio espresso nei confronti dei dipendenti e dei collaboratori. Il giudizio può avere origini diverse, senza obbligatoriamente derivare da una presa di posizione o da un atto burocratico o disciplinare nei confronti di una persona. Il giudizio può nascere da un’imposizione della strategia aziendale oppure da un’espressione di rabbia personale, che non venendo espressa in altra maniera, può tramutarsi in ostilità.

Ancora oggi molte dirigenze, ancorate a vecchi modelli di impresa ormai superati, cercano figure con questa caratteristica di comportamento con l’obiettivo di “schiavizzare” le personalità dei collaboratori, pensando che in tal modo lavorino e producano di più.

L’errore sta nel fatto che ciò normalmente provoca l’effetto contrario: creare malessere all’interno di un ufficio limita la produttività e l’efficienza dell’impresa.

Benché in misura minore rispetto al passato, ancora oggi nelle aziende sono molto diffuse personalità rabbiose e vocate al giudizio, abili nello sminuire gli altri, nell’etichettarli oppure ancora nell’ignorarli.

Tali azioni sono da considerarsi un omicidio a livello aziendale: giudicare è un atto di violenza. Chi giudica, etichetta o ignora uccide l’anima dei collaboratori o dei colleghi, creando danno non solo alle persone, ma anche all’azienda. Si tratta di una situazione purtroppo frequente in questa società dove la pressione sociale e l’educazione hanno portato a vivere in un conflitto continuo, che da un livello interiore, si sposta verso gli altri in una terra di vendetta. Da questa situazione, ciò che scaturisce è infatti quasi sempre il desiderio di vendetta.

La vendetta è un vicolo cieco che non porta a nulla se non ad incentivare ulteriormente il malessere tra le persone.

La strada da seguire, a mio parere, è molto diversa: la via d’uscita è creare all’interno dell’azienda rapporti in grado di esprimersi al meglio e di vivere bene e questo passa attraverso l’etica. Tale approccio include il perdono, che non deve essere visto come un atto di sottomissione, ma come un atto di consapevolezza.

Chi giudica gli altri prima o poi sarà, infatti, sottoposto a sua volta ad un giudizio intimo, a un giudizio della propria coscienza. Che lo faccia per collera o per strategia, subirà comunque un notevole giudizio interiore. Per questo bisogna avere compassione.

Tutti i collaboratori dovrebbero impegnarsi in prima persona nel lavoro di approccio verso l’altro.

Chi non conosce questa strada soffre e ha necessità di essere supportato dagli altri. A dimostrazione di questo sono anche le ricerche svolte sui fattori che permettono di migliorare il livello di produzione nelle aziende: non si tratta di intelligenza artificiale, predictive, automation o altro, ma della valorizzazione delle persone e di un rapporto tra persone sincero e sereno.

Nel mondo del lavoro di oggi i rapporti sono sempre più difficili da instaurare e rispetto al passato le persone cambiano più volte azienda nell’arco della vita lavorativa, spesso a causa di rapporti difficili con le persone con cui lavorano.

L’ambiente di lavoro è un luogo dove ci devono essere dei sentimenti puri, dove bisogna andare d’accordo anche quando questo è difficile. Chi non saluta, va salutato, chi non si comporta bene, va trattato comunque con rispetto ed educazione, evitando di adeguarsi al suo comportamento.

Uno dei compiti dell’azienda dovrebbe essere proprio quello di trasmettere questo concetto ai collaboratori. Ciascuno deve essere consapevole delle proprie azioni ed agire prima degli altri, non aspettare che siano gli altri a fare la cosa giusta.

Per creare un ambiente di lavoro sano non basta colorare i muri, inserire note new age o installare delle belle insegne. Per rendere piacevole un posto di lavoro la prima cosa da fare è aiutare gli altri e supportarli anche se non si sono comportati bene. Noi dobbiamo misurarci con la nostra

etica e fare lo sforzo di cercare il meglio nell’altro, anche se l’altro ostinatamente dà il peggio di se ai nostri occhi.

Questo è il primo atto che ogni lavoratore a qualunque livello dovrebbe inserire nella to do list della propria giornata lavorativa.

Questo tipo di approccio permette a ciascuno di crescere a livello di carattere e di evolvere, perché la crescita lavorativa non sta solo nell’apprendimento della tecnica, bensì anche nello sviluppo della parte irrazionale.

Per questo a volte sarebbe importante porsi una domanda. E se noi fossimo giudicati da noi stessi? Facciamo un esame interiore. Quando giudichiamo gli altri, quale metro utilizziamo? E sulla base dello stesso metro che tipo di giudizio ci verrebbe dato?

Noi stessi dobbiamo pensare di essere fortunati ogni volta che ci siamo comportati male e siamo stati perdonati dai nostri nemici. E’ qualcosa di grandioso, perché scopriamo che esistono persone che decidono di stare con noi conoscendoci nel bene e nel male. A questo punto avremo trovato una grande intesa con queste persone.

La bella notizia è che i rapporti si possono cambiare. Nessuno di noi nel mondo del lavoro è un maestro. Siamo tutti studenti. E la qualità dei frutti che ciascuno produce all’interno di un’azienda non viene dal suo lignaggio. I frutti lavorativi derivano dalle capacità, ma soprattutto dalla volontà operare in un determinato modo. Quando entreremo in quel processo di consapevolezza e di ricerca della consapevolezza degli errori umani che commettiamo, sapremo quanto siamo fortunati di poter decidere di cambiare ciò che ci viene dato e ciò che possiamo dare con l’obiettivo di instaurare migliori relazioni con i collaboratori.

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